Il più famoso investigatore della storia della letteratura raccontato in stile americano, tra effetti speciali, esplosioni al rallenty e scazzottate che neanche Bud Spencer e Terence Hill... Ecco, in estrema sintesi, Sherlock Holmes, l'ultima fatica di Guy Ritchie, il quarantenne regista inglese che in Italia deve quasi tutta la sua notorietà al matrimonio con Madonna e al successivo divorzio.
L'impressione complessiva è che il suo film, più che da una serie di romanzi scritti a fine Ottocento, sia tratto da un fumetto: siamo, più o meno, sulla stessa lunghezza d'onda di Spiderman (con Londra al posto di New York) o, meglio ancora, di Iron Man, visto che il protagonista è persino lo stesso: quel Robert Downey Jr a cui molte ragazze non perdoneranno mai e poi mai di essersi fatto licenziare dai produttori di Ally McBeal per intemperanze sul set, lasciando Ally senza Larry e la nostra serie televisiva preferita senza una conclusione decente.
Detto questo, credo che il giudizio finale sul film dipenda soprattutto dalle aspettative iniziali. Se ci si è recati al cinema per ritrovare e assaporare le atmosfere dei romanzi di Sir Arthur Conan Doyle, e per riconoscere il suo eccentrico, intelligente, sarcastico e pur sempre british protagonista, si uscirà dalla sala abbastanza delusi o contrariati. Oppure, nella migliore delle ipotesi, la si butterà sull'ironia, commentando che Ritchie "ha praticamente fatto a pezzi Conan Doyle". Se invece si è entrati in sala con l'obiettivo di ricavarne due ore di puro e semplice svago oppure di godersi un vero e proprio film hollywoodiano, con un gran ritmo e una trama ridotta al minimo, allora l'opinione finale potrebbe essere più positiva.
Il punto è che, a parte qualche bella ricostruzione di Londra, di Conan Doyle in questo Sherlock Holmes non c'è molto. Tanto che, se il perspicace ed egocentrico investigatore interpretato da Downey Jr. avesse avuto un altro nome, nessuno se ne sarebbe lamentato. Il film non è scorrevolissimo ma è comunque divertente, anche se alcune soluzioni sono decisamente scontate (su tutte, l'interminabile monologo recitato da uno dei cattivi minori volgendo fin troppo ingenuamente le spalle al protagonista, in modo da dargli tutto il tempo di liberarsi e darsi alla fuga...). Oltretutto, non mi è chiaro come si faccia, correndo nei cunicoli fognari sotto al Parlamento inglese, a ritrovarsi proprio in cima al Tower Bridge... Insomma, più che sui dettagli e sulla trama, la regia ha puntato sul ritmo, sulle scazzottate, sulle esplosioni, sugli inseguimenti e sulle "apparizioni" del perfido Lord Blackwood e del suo nerissimo corvo.
Quanto ai personaggi, il rapporto tra Holmes e Watson è decisamente spiritoso, Robert Downey Jr. è molto in parte nel ruolo del protagonista, a metà strada tra un genio e un elefante in una cristalleria, e Jude Law fa la sua bella figura anche claudicante e con i baffi. Per il resto, Mark Strong interpreta il cattivo e, come al solito, la cosa gli riesce benissimo, mentre Rachel McAdams è molto graziosa ma mi sembra che abbia un aspetto troppo adolescenziale per interpretare Irene Adler. Sarà che per me è e resterà sempre la reginetta del ballo di Mean Girls...
Ovviamente, il finale è stato costruito perché possa esserci al più presto un sequel. E magari andrà a finire che faranno una trilogia, come va di moda di questi tempi e proprio come accadrà con Iron Man.
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