lunedì 11 gennaio 2010

Marina


(...) la vita concede a ciascuno di noi rari  momenti di pura felicità. A volte, solo pochi giorni o settimane. A volte, anni. Tutto dipende dalla fortuna.

Barcellona, fine anni Settanta. L'adolescente Oscar conosce per caso una sua coetanea, Marina, e il padre di lei, ex pittore di grande talento ormai anziano e malato, e stringe con loro una profonda amicizia. Una domenica mattina, un'(apparentemente) innocua passeggiata si trasforma nell'inizio di un'avventura imprevedibile, che condurrà i due ragazzi a  fare i conti con il mistero di una dama velata, con una tomba senza nome e con l'eco di uno scandalo che, trent'anni prima, ha portato alla morte di un uomo di affari di origine cecoslovacca. Su tutti i personaggi aleggia il simbolo misterioso e minaccioso di una farfalla.

Ci risiamo, direte voi: Barcellona, misteri, simboli da decifrare, fantasmi che tornano dal passato, destini tragici... insomma, tutto il repertorio di Carlos Ruiz Zafon abilmente dispiegato per tenere il lettore con il fiato sospeso fino all'epilogo, facendogli leggere le trecento pagine di Marina tutte d'un soffio.  In fin dei conti, si tratta di un romanzo godibilissimo, scorrevole, molto meno pretenzioso e di certo più coeso e coerente de Il gioco dell'angelo, ma molto meno affascinante, avvincente e complesso de L'ombra del vento. Insomma, è un buon libro, che forse un lettore del tutto digiuno di Zafon e dei suoi stilemi potrebbe apprezzare molto più di quanto non abbia fatto io. Perché l'unico vero problema del romanzo è nel seguire, più o meno fedelmente, gli stessi schemi seguiti con grande successo ne L'ombra del vento e con una buona dose di megalomania ne Il gioco dell'angelo.

Soffermandoci sui contenuti, c'è sempre un mistero legato al passato e il cui ricordo aleggia su una casa o, comunque, su un edificio semi-abbandonato; c'è una presenza incombente, minacciosa e quasi demoniaca; c'è un simbolo da decodificare che lega tra loro alcuni eventi e personaggi; ci sono morti inspiegabili e c'è un incendio (in questo caso, anzi, ce ne sono ben due). Passando ai personaggi, invece, c'è un protagonista giovane, ingenuo, coraggioso e molto solo; c'è un personaggio maschile più anziano che interpreta il ruolo di figura paterna e che è logorato dal dolore o dalla nostalgia; c'è un antagonista inafferrabile e misterioso, di cui si comprende l'identità solo ad un certo punto della storia; c'è un personaggio femminile enigmatico ed evanescente che fa quasi da catalizzatore o da motore immobile degli eventi; ci sono, infine, dei personaggi apparentemente marginali che poi si scoprono assolutamente centrali nella risoluzione del mistero.

Insomma, gli ingredienti sono più o meno gli stessi, anche se, nel caso di Marina, le dosi sono un po' ridotte rispetto ai precedenti e il libro, essendo agile e compatto, ha il merito di non essere mai inconseguente. Se nello sviluppo dell'intreccio gotico e nell'alimentare il mistero con rivelazioni e colpi di scena Zafon si dimostra, ancora una volta, decisamente bravo (l'ho scritto in passato e lo ribadisco: ci sono interi capitoli dei suoi romanzi in cui non si riesce a staccare gli occhi dal libro, e questo è di certo un merito per uno scrittore), la descrizione dei rapporti tra i due protagonisti, Oscar e Marina, è abbastanza stereotipata, con delle evidenti forzature (ad esempio, l'atteggiamento costantemente reticente di lei) e una botta di sentimentalismo finale che a me è sembrata un po' invadente, come se l'autore, in un eccesso di narcisismo, volesse far sentire a tutti i costi la sua presenza, anche a costo di rompere il delicato equilibrio della storia.

In sintesi e in conclusione: Marina è un romanzo dignitoso, ma non  un capolavoro. Per sapere se Zafon è davvero un bravo scrittore, invece, bisognerebbe che, almeno una volta nella sua carriera, uscisse dalla sua tragica e misteriosa Barcellona. Anche perché il rischio fotocopia è ormai dietro l'angolo.

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