lunedì 7 dicembre 2009

Bridget Jones - perché erano meglio gli anni Novanta


Tra i miei passatempi preferiti, ormai dovreste saperlo, c'è la chick-lit anglosassone, a cominciare da Sophie Kinsella, di cui ho letto tutto, detestando profondamente Becky Bloomwood ma dandole sempre e comunque una chance (a proposito, ho letto che dovrebbe tornare proprio nel 2010, con nuove avventure e, neanche a dirlo, nuove spese folli). Alla fine, poco tempo fa, ho deciso che era arrivato il momento di passare ad Helen Fielding e ai due Bridget Jones, dato che erano trascorsi diversi anni dalla visione dei relativi film.

Innanzitutto, la differenza tra i romanzi e le sceneggiature che ne sono state tratte mi è sembrata abissale. Bridget è una trentenne un po' sovrappeso, sprovveduta, sfortunata, a volte simpaticamente fantozziana, ma non è esattamente l'incorreggibile imbranata (magistralmente) incarnata da Renée Zellweger. E le vicende raccontate nei due film sono forse più comiche, ma decisamente più futili: se rispetto al primo romanzo le divergenze sono sensibili ma non troppo significative, il secondo libro è stato del tutto snaturato nel passaggio su pellicola.

Ed è davvero un peccato, perché a mio parere The Edge of Reason è migliore del Diario. Mi è sembrato un romanzo più maturo, più complesso, più contestualizzato. E Bridget, pur continuando a fare le sue solite, divertentissime e inimitabili "figure alla Bridget", appare come un personaggio a tutto tondo. Niente a che vedere con le protagoniste dei romanzi di Sophie Kinsella, che nella maggior parte dei casi sono del tutto inverosimili, oltre ad essere abbastanza superficiali e molto unidimensionali (e lo dico, lo ripeto, da lettrice della Kinsella). Intendiamoci: non sto dicendo che Helen Fielding abbia scritto un capolavoro e che Bridget Jones sia una novella Elizabeth Bennet. Però mi sembra evidente che nei suoi romanzi ci sia un'atmosfera più articolata e più "reale" rispetto al mondo delle eroine kinselliane. Un "qualcosa in più" che invece mi manca, secondo me, negli articoli che la stessa Fielding ha scritto per l'Independent nel 2005, descrivendo le nuove avventure di Bridget a dieci anni di distanza dal Diario.

Ma torniamo per un attimo a The Edge of Reason: correva l'anno 1997, il New Labour vinceva le elezioni inglesi con un giovane, rampante ed anticonvenzionale Tony Blair e Lady D. moriva a Parigi, generando una possente ondata di commozione in tutto il mondo, praticamente a reti unificate. In quell'anno, dopo il trash anni Ottanta e dopo il pessimo inizio degli anni Novanta (la Prima Guerra del Golfo, Tangentopoli, il genocidio Rwanda, i massacri in Bosnia...), ci sembrava di viaggiare verso qualcosa di meglio. Forse i ricordi mi ingannano (sarà che all'epoca avevo meno della metà degli anni dichiarati da Bridget Jones, e cioè l'età giusta per guardare ogni cosa con fiducia e ottimismo), ma quando ripenso a quel periodo la mia impressione è che ci fosse davvero speranza, che le persone si aspettassero davvero qualcosa di buono. E che non vedessero l'ora di brindare al nuovo millennio.

Mi viene da dire che dodici anni fa lo Yes we can di Obama non avrebbe attratto o mandato in brodo di giuggiole nessuno, ma sarebbe stato considerato uno slogan persino troppo dimesso: Tony Blair, ad esempio, la sparava molto più grossa, arrivando a proporre al suo Paese una "nuova vita" (New Labour, new life for Britain). Probabilmente il mondo era meno disincantato rispetto a quello di oggi: ad esempio, si guardava ad un leader relativamente giovane come Blair non perché si fosse sfiduciati e disperati (come è invece accaduto in America con Obama, che ha vinto le elezioni del 2008 in seguito ad una profonda crisi sia politica che economica) ma perché si credeva che il peggio fosse ormai alle spalle (d'altra parte, era finita la Guerra Fredda, era caduta la cortina di ferro, non c'erano più nemici o blocchi contrapposti e non c'era ancora stato l'11 settembre) e che fosse il tempo di guardare fiduciosamente avanti.

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