mercoledì 13 febbraio 2008

Letture 'lievi' - Shopaholic and co.

“Ok. Don’t panic!” Nei cinque libri della serie che ruota intorno al personaggio dell’irredimibile shopaholic Becky Bloomwood (a partire dal terzo romanzo, Brandon, dato che sposa il suo Luke), l’incipit si ripete sempre uguale. Tutti i romanzi, poi, presentano la medesima struttura: un momento iniziale di crisi leggera, in cui si descrive la situazione di partenza, poi, mano a mano, alcuni capitoli di felicità quasi-perfetta, poi ancora un disastro clamoroso che si delinea progressivamente attraverso ‘spie’ buttate qua e là, quindi un lieto fine che, per così dire, punisce i ‘cattivi’ e premia i ‘buoni’, con grande sollievo delle lettrici (e già perché, trattandosi di chick-lit, mi viene da presumere che i lettori-maschietti siano ben pochi…). Sia chiaro, niente di letterariamente sconvolgente, bensì una serie di romanzi leggeri, scorrevoli e molto, molto divertenti (certo, mi piace pensare che il loro modello di riferimento sia il 'mito' Jane Austen, ma devo precisare che Orgoglio e Pregiudizio and co. sono un'altra cosa e sono decisamente ad un altro livello...).

Perché ne parlo oggi? Beh, perché mi andava di scrivere un post-di-distrazione-di-massa, lieve (ma non nel senso di "grande e lieve", no no...) e assolutamente disimpegnato. E poi perché ho appena terminato l’ultimo libro della serie, Shopaholic and Baby, l’unico che mancava al mio personale appello (sì, lo so che in Italia è uscito già da un anno, ma per acquistarlo attendevo che venisse stampato in edizione economica – insomma, non se mi si debba definire più ‘avara’ o ‘parsimoniosa’, ma spendere quindici o sedici euro per un libro che avrei letto nel giro di poche ore mi sembrava un tantino... esagerato … Poi, durante una recente visita rituale alla Feltrinelli di piazza Colonna, a Roma, mentre fuori diluviava (ma 'diluviava', in questo caso, è un eufemismo…), il mio sguardo si è fatalmente posato sull’edizione economica in lingua originale, e allora è stato acquisto-a-prima-vista (facendo istantaneamente sapere al mio vigile Super-Io che quella particolare lettura avrebbe di certo rinverdito e migliorato il mio inglese – lo so che è una giustificazione un po’ “logora e abusata”, dato che la uso ormai in molti casi diversi, ma sembra funzionare ancora, quindi…). ;)

Non avrei mai immaginato che sarei diventata un’accanita lettrice del genere chick-lit, ma vi assicuro che quando si ha tanto da fare e si arriva alla fine della giornata un po’ stanche, è decisamente l’ideale per rilassarsi e pensare ad altro. Nel mio caso, la ‘passione’ è nata quanto ero in fase di scrittura della tesi di dottorato, tra il computer sempre acceso su fogli di word che stentavano a riempirsi, un caldo estivo infernale, tutti (e sottolineo TUTTI!) gli amici lontani o in vacanza, il Ragazzo addirittura negli US e tanta voglia di fuggire il più lontano possibile dalla storia della filosofia (in particolare dal Seicento francese, dalla letteratura clandestina, dal genere utopico e, più in generale, da tutto ciò che implicasse un minimo di impegno intellettuale). Insomma, Sophie Kinsella (per la cronaca: pseudonimo di Madeleine Wickham - eh sì, un cognome importante... -, autrice anche di romanzi rosa che non ho letto) ha contribuito a tirarmi su il morale in un momento un po’… diciamo, ‘così-così’…. E questo, nonostante io nutra un’inguaribile antipatia per la shopaholic Becky (insomma, una tipa che spende e spande all’impazzata senza neppure pensare di potersi frenare e benchè sia in profondo rosso; che ritiene che qualsiasi acquisto sia un vero, indispensabile, “investimento per il futuro”; che elabora ogni volta giustificazioni e bugie assolutamente infantili e inverosimili; che si caccia in situazioni che definire 'imbarazzanti' è davvero poco; che combina sistematicamente disastri pazzeschi ma che alla fine riesce a cavarsela sempre e in modo quasi-brillante…). E nonostante mi faccia un po’ sorridere l’idea di queste città (Londra e New York) raccontate solo ed esclusivamente nel loro lato glamour e 'dorato', tra negozi chic, costosi locali alla moda, feste esclusive, spese folli, addirittura ginecologhe-vip, e - ovviamente - zero problemi e zero questioni davvero ‘serie’. E nonostante lo stesso Luke – il personaggio maschile principale, quello bello-ricco-famoso-intelligente per definizione e, aggiungerei io, inspiegabilmente innamorato della protagonista – diventi di romanzo in romanzo sempre più nevrotico, workaholic e pure un po’ patetico, e – in tutta sincerità – stia perdendo progressivamente punti-fascino.

E’ inutile, come capita in quasi tutte le serie (comprese quelle televisive), il primo prodotto (in questo caso, I love shopping nell’edizione italiana, Confessions of a Shopaholic nell'originale) è in assoluto il migliore. Anche se posso prevedere sin da ora che finirò per leggere tutti i successivi romanzi della serie, nel caso in cui dovessero essere scritti (sapete, ormai Becky, pur con tutti i suoi innumerevoli e a volte imbarazzanti difetti, è diventata ‘una di famiglia’…). E anche se continuo a preferire di gran lunga Emma, la protagonista grassottella e imbranata dell’esilarante Sai tenere un segreto?, che sembra tanto la versione più giovane di Bridget Jones. A proposito, detto tra noi: non riesco a fare a meno di dare a tutte le protagoniste dei romanzi della Kinsella – a prescindere dal modo in cui vengono descritte dall’autrice – , il volto di Renée Zellweger nella sua variante cicciottosa (credo però che sia una comprensibile deformazione da spettatrice cinematografica nonché fan della Zellweger in versione umoristica…). Mentre di Mark Darcy-Colin Firth ce ne sarà sempre e soltanto uno solo (ecco, lui sì che è l’uomo veramente perfetto, altro che Luke, Jack o Nathaniel, suvvia…). ;)



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